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L'EMIGRAZIONE DA CANISCHIO
 

Da Canischio tra il 1901 e il 1912 emigrarono 302 persone e tra il 1921 ed il 1928 ne partirono 59. La pausa tra queste due ondate migratorie fu dovuta al blocco nella concessione dei passaporti a causa della Grande Guerra.
Molto diffuso era anche il fenomeno dell'emigrazione stagionale, sia per il trasferimento delle mandrie e delle greggi, sia per lavoro in qualità di fabbri, spazzacamini, arrotini e cardatori di lana e di canapa.
L' emigrazione stagionale fu molto importante per l' economia canavesana, poiche i soldi guadagnati e risparmiati all ' estero, venivano poi spesi al ritorno in patria in beni durevoli come piccoli appezzamenti di terra o nella sistemazione delle vecchie case.
Gli stagionali in Francia facevano quasi tutti lo spazzacamino. Era un lavoro che rendeva bene. Gli uomini portavano anche dei bambini di otto o dieci anni che, essendo minuti, riuscivano ad infilarsi meglio nei camini. Spesso, però, accadeva che, bussando alle porte, fossero respinti perche troppo piccoli. Allora i furbi spazzacamini avevano imparato ad insistere e a mettere velocemente un piede dentro la porta per non farla chiudere. Trascorrevano in Francia tutto l'inverno, poi tornavano a Canischio, dove si fermavano per pochissimi giorni, dopodichè ripartivano per gli alpeggi con le pecore e le capre; solo i più ricchi e i più fortunati avevano le mucche. Anche i bambini incominciavano il loro lavoro estivo con le bestie in montagna: facevano pascolare le pecore della propria famiglia oppure, come avveniva più spesso, erano dati "in affitto" ai margari come aiutanti.
Coloro che si stabilivano in modo permanente nei paesi di emigrazione avevano buone possibilità di lavoro, soprattutto i contadini, i muratori ed i minatori. Molti erano occupati anche in importanti imprese che realizzavano grandi opere pubbliche.
In Germania i nostri emigranti facevano i minatori nelle miniere di carbone, in Svizzera operarono non solo come minatori, ma anche come muratori e manovali nella realizzazione dei trafori del Gottardo e del Sempione oppure in costruzioni stradali e ferroviarie.
Tra il 1910 ed il 1911 nel circondario di Ivrea furono richiesti 10.820 passaporti, per gli Stati Uniti, la Francia, la Svizzera, l' Argentina, la Germania, la Gran Bretagna ed il Canada.
Gli abitanti di Canischio si diressero principalmente verso il Nord America, negli Stati del Montana e dell ' Illinois, oppure in Francia. Negli Stati Uniti divennero muratori e minatori, ma continuarono anche a fare i contadini, come facevano in Italia, e beneficiarono delle terre che il Governo americano affidava loro in comodato. Le donne contribuivano al miglioramento economico, lavorando come domestiche presso famiglie americane.
L' età degli emigranti variava molto, ma la fascia più folta era quella tra i 16 e i 25 anni. In genere il luogo verso il quale dirigersi era scelto sulla base della "familiarità". Si creavano delle vere e proprie "catene migratorie", per cui una persona richiamava nella zona in cui si era trovata bene parenti ed amici. Nel nuovo Paese, poi, si costituivano delle comunità che conservavano abitudini e tradizioni dei luoghi d' origine. Anche i matrimoni avvenivano preferibilmente, se non esclusivamente, tra paesani.

IL LAVORO
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Il periodo più florido per l' economia canischiese è stato quello tra le due guerre, quando il piccolo centro era tutto un fervore di attività. Una delle più caratteristiche e redditizie fu la coltivazione e il commercio delle mele, sviluppati da Antonio Cinotto, Tunin d'la Cilia. La sua non era una famiglia molto agiata, ma il giovane aveva intuito imprenditoriale e colse un ' occasione propizia, quando chiese alla madre di poter gestire il ricavato della vendita di un vitello: il permesso fu accordato e Antonio comprò parecchia legna. Una volta tagliata e rivenduta, la legna fruttò un buon guadagno.
Continuò questa attività per alcuni anni, fino a quando il suo fiuto per gli affari gli fece intuire che era giunto il momento di cambiare lavoro.
Comprò un piccolo appezzamento di terreno e si dedicò alla coltivazione delle mele. All'inizio i frutti erano prevalentemente selvatici (firminèj, catarèi, catlinìn, rusnènte ), ma ben presto la qualità migliorò e la produzione si specializzò nelle varietà golden e renette. Per raggiungere questo scopo furono chiamati esperti botanici del ferrarese che insegnarono a potare ed innestare le nuove qualità. L 'esempio fu seguito da altri produttori dei paesi della Valle del Gallenca (Canischio, San Colombano, ecc.) e della Valle Sacra. L 'attività era cresciuta: Tunìn d'la Cilia acquistava le mele di molti altri produttori e le raccoglieva in un deposito che aveva comprato vicino alla stazione ferroviaria di Cuorgnè. Intorno agli anni Quaranta questa attività era al vertice della sua espansione; infatti nel periodo del raccolto venivano assunti fmo a 150 dipendenti che provvedevano alle varie fasi della lavorazione del prodotto. Alcuni operai provenivano anche da Canischio e si recavano al lavoro in bicicletta o a piedi ogni giorno.
Le donne selezionavano i pom secondo la grandezza; poi la frutta era messa in cassette di legno e caricata sui vagoni del treno, che dalla ferrovia, con binari appositamente costruiti, arrivavano fin dentro i capannoni. Ogni giorno in quegli anni partivano tre vagoni di frutta destinati non solo ai mercati nazionali, ma anche a quelli esteri, specialmente tedeschi.
Fu una necessità anche la verticalizzazione dell'impresa; infatti, accanto al deposito di Cuorgnè fu impiantata una fabbrica di cassette di legno nelle quali, appunto, venivano imballati i frutti.
Nell' immediato dopoguerra gli affari non furono più così prosperi, perche la qualità peggiorò a causa della ticchiolatura, una malattia che colpì le piante del Canavese; allora Antonio Cinotto spostò la sua attività in Emilia Romagna, poi, quando i controlli ai confini furono eccessivamente severi a causa della diffusione della malattia, cambiò di nuovo la sua attività e con le mele che non riuscivano a varcare i confini produsse discrete quantità di sidro .
Nel corso degli anni, la coltivazione è andata via via diminuendo a causa della forte concorrenza ed anche perchè i contadini e i braccianti preferivano il lavoro della fabbrica. I tempi erano cambiati, il boom economico si faceva sentire, anche i figli di Tunìn d'la Cilia hanno preferito la fabbrica: oggi ognuno ha la sua.

LA VITA QUOTIDIANA
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Fino alla metà del secolo ed anche un po' oltre, la vita quotidiana nel periodo invernale aveva come punto di riferimento la stalla, che era il luogo più caldo di tutta la casa. Nei mesi freddi, infatti, per scaldarsi si sfruttava il calore emanato dal bestiame e perfino i bambini erano partoriti negli ambienti caldi ricavati nella parte alta della stalla stessa. In quegli stessi luoghi si svolgeva anche la vita comunitaria, molto diversa da quella odierna, perche tra vicini ci si incontrava la sera e si raccontavano gli avvenimenti dalla giornata. I discorsi si protraevano fino a tarda sera, che allora voleva dire verso le ore 22, non di più perche al mattino bisognava svegliarsi presto per andare al lavoro.


Canischio d'Inverno

In estate il punto di ritrovo era l'aia. Chi si incontrava per parlare, però, erano per lo più gli uomini, perche le donne rimanevano in casa a svolgere le loro quotidiane mansioni, a filare e a tessere, ad accudire bambini e vecchi. Questi ultimi solitamente passavano gran parte del loro tempo nella lobbia, cioè su un balcone coperto situato al primo piano.
Fino alla seconda guerra mondiale Canischio è stato un paese economicamente autosufficiente. V i erano due forni che producevano il pane; due mulini, uno dei quali è rimasto attivo fmo alla fine degli Anni Quaranta, per rifornire i forni stessi; e ben tre locande, piuttosto conosciute, dove i forestieri e i villeggianti potevano sostare:
la Società, l' albergo Argentino e la locanda del Black, situata dove attualmente si trova il tabacchino.
Negli Anni Trenta erano attive ben due banche e la lavorazione della canapa poteva contare su venti telai. Le ragazze filavano la tela di canapa per il corredo e, quando due volte l'anno passava l'uomo che comprava i capelli, esse si tagliavano le trecce e le vendevano. Con il danaro ricavato acquistavano del cotone, da filare insieme alla canapa per ottenere lenzuola più morbide, oppure la coperta bella per il letto di nozze. Non si usava un corredo molto ampio: sei lenzuola (tre sopra e tre sotto), due coperte (una bella per le feste e una più andante da usare tutti i giorni), qualche asciugamano e poca biancheria intima; soldi ce n' erano pochi e chi possedeva una casa la lasciava in eredità al figlio maschio.
Nella seconda metà del secolo le cose sono profondamente cambiate: i giovani hanno cercato lavori meglio retribuiti nelle fabbriche, hanno fatto studiare i propri figli e molte delle loro attività hanno cominciato a gravitare intorno ai più attrezzati centri della pianura. Lo spopolamento della montagna e l'invecchiamento della popolazione dei piccoli centri come Canischio sembrano fenomeni generalizzati e pressoche inevitabili. In paese sono rimaste poche persone, prevalentemente anziani, la scuola elementare è frequentata da 6 bambini soltanto.
Di recente si è stabilito in paese qualche forestiero... può darsi che l' aria buona del paese, tanto limpida da far brillare la luna, 'l sul 'd Canisciu, come se fosse il sole cominci nuovamente ad attirare non solo i villeggianti, ma anche dei nuovi abitanti.
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